venerdì 3 ottobre 2014



Giovanni Schinaia
(estratto della riflessione proposta il 7 luglio 2014, primo giorno della Novena della ostra Titolare)


Ad Christum per Mariam sub Petro

Probabilmente questa espressione tanto cara alla pietà cristiana riassume, come meglio non si potrebbe, l’unità tematica che il nostro Padre Spirituale, di concerto col Priore, ha pensato e voluto per le riflessioni che, a partire da oggi, ci avvicineranno alla solennità della Celeste Patrona e Titolare della nostra Confraternita e della nostra comunità parrocchiale: tutti insieme ci volgiamo verso un’unica meta e un unico fine, Gesù Cristo; lo facciamo per mezzo di Maria, cioè della devozione che, con piena adesione del cuore e convinzione dell’intelletto, tributiamo alla Madre di Dio; e lo facciamo insieme a Pietro, cioè dentro la Chiesa, fuori della quale non c’è salvezza. Ecco allora il senso di questa veloce rassegna attraverso il pensiero, l’opera e la devozione mariana di alcuni Pontefici che il Signore stesso ha voluto donare alla Sua Chiesa. Perché: Chi siede sulla Cattedra di Pietro non è scelto dai Cardinali! I Cardinali lo eleggono e basta. Chi lo sceglie è lo Spirito Santo. È per questo motivo che: chi siede su quella Cattedra non “Fa” Pietro, quasi fosse una interpretazione teatrale. Egli EST Petrus, è veramente Pietro. La presenza di Pietro non è solo necessaria, ma è indispensabile nell’economia della salvezza. E non perché la storia è andata in un certo modo piuttosto che in un altro. È perché così ha voluto e comandato Cristo stesso.

I Papi ci insegnano quindi ad amare Maria, a “servirci” di Lei, del suo infinito amore di Mamma, per giungere a Cristo. Ma perché mai proporre alla nostra riflessione il magistero e l’opera di un papa, come San Pio V, vissuto ormai 450 anni fa? Un’altra epoca, un altro mondo, un’altra mentalità. Provo a interpretare le scelte di don Marco: anzitutto per ricordare a noi stessi che la storia della Chiesa è una e una soltanto dagli Apostoli ad oggi; per ricordare a noi stessi, quindi, che la dottrina è quella rivelata una volta per tutte da Nostro Signore. La Chiesa nel corso dei secoli non ha “inventato” mai nuova dottrina. Ha elaborato, ha approfondito, ha interpretato e ha insegnato agli uomini di ogni tempo e di ogni dove l’unica Verità immutabile e immutata – che è Cristo stesso – una Verità di cui il Papa, di oggi o di ieri, non è padrone, ma solo garante; una Verità di cui la Chiesa, cioè tutti noi, non è proprietaria, ma depositaria. E allora ecco che un papa di quattro secoli fa, o di dieci o di venti secoli fa, può avere tanto da insegnare anche a noi cristiani di oggi.

San Pio V è ricordato fondamentalmente per due ragioni: è il Papa della Santa Messa; è il papa del Rosario. E già questo doppio merito basterebbe per dieci novene. Significa che è ricordato per il motivo più importante che ci sia nella liturgia, cioè la Santa Messa, culmen et fons, culmine e fonte di tutta la vita della Chiesa: è lui che ha sistemato definitivamente il Messale Romano, il rito della Messa, quello stesso che conserviamo ancora oggi seppur come forma “extra ordinaria” dell’unico Rito Romano. È lui che ha sistemato e pubblicato il Breviario romano e il Catechismo.
Ed è ricordato come il Papa del Santissimo Rosario, vale a dire l’espressione di pietà popolare più diffusa in tutto l’orbe cristiano. Attenzione: non è san Pio V colui che ha inventato il Santo Rosario. La tradizione che ci riporta il beato Alano della Rupe, vuole che, almeno tre secoli prima di lui, la Madonna stessa sia apparsa a san Domenico di Guzman, il fondatore dei Padri Predicatori, per consegnargli la prima Corona del Rosario, l’arma incruenta che san Domenico cercava per combattere la diffusione dell’eresia. E san Pio V era un domenicano, formato cioè in quel carisma particolarissimo in cui convivevano lo studio e l’altissima speculazione filosofica, teologica, scolastica da un lato, e l’abbandono tenero e filiale della devozione mariana dall’altro. San Pio V non smise mai il sacco bianco domenicano, che rappresentava materialmente e visivamente la sua vocazione e la sua missione originaria, neanche quando fu eletto Papa. Si diceva del Rosario. Non fu lui ad inventarlo, ma fu lui, da buon domenicano, a proporre e sostenere la sua diffusione presso il popolo di Dio. E si trovò a farlo in un momento terribile e glorioso per la vita della Chiesa. Ancora un volta, come ai tempi di San Domenico, occorreva trovare un’arma. E ancora una volta, come già san Domenico, san Pio V la trovò nel Santissimo Rosario. La storia è nota. Il rischio di fare della facile aneddotica è concreto. Ma è una storia che va raccontata perché il rischio di perderne la memoria è anche più grave.

È il 7 ottobre del 1571. La flotta cristiana, europea – era il tempo in cui i termini “cristiano” ed “europeo” erano sinonimi – la flotta cristiana di molto inferiore per la quantità e la qualità del naviglio e dell’armamento, affrontò e sbaragliò a Lepanto – qui, nel mare Jonio – la grande flotta turca che minacciava di invadere l’Europa. Naturalmente non facciamo qui alcuna apologia della violenza o della guerra. Né si trattava della turba di disperati che oggi arrivano sulle nostre coste bisognosi di tutto, e prima di ogni cosa, bisognosi che sia restituita loro la dignità umana. No. Si trattava allora di un’orda di spietati e feroci combattenti, votati alla conquista, alla distruzione, votati soprattutto all’annientamento non tanto e non solo del nemico in
senso fisico, ma della sua identità e memoria cristiana. Quel che i turchi volevano distruggere non erano i muri delle chiese, volevano distruggere la Chiesa in quanto tale. Volevano annientare la coscienza e il sentire cristiano. La distruzione programmatica dell’identità cristiana. Ecco qui l’attualità urgente e drammatica di una storia di 4 secoli fa che continua a ripetersi oggi: una Chiesa assediata e perennemente messa in discussione. In quella situazione disperata il papa fu l’unico a non perdere la fede. Ecco la pietra su cui Cristo ha fondato la Sua Chiesa. Se ad essere minacciata era la Chiesa, il Corpo mistico di Cristo, egli cercò una speranza e la trovò naturalmente nella materna intercessione della Mamma del cielo. Cercò una difesa per il popolo cristiano, quando le torri e le mura erano ormai crollate. Cercò una difesa per i cristiani e la trovò ancora lì, fra le braccia tenere ma invincibili di quella stessa Madre.

Poche migliaia furono i crociati che combatterono nelle acque di Lepanto. Ma insieme a loro tutto il popolo cristiano, di ogni lingua, fu unito nella preghiera del Rosario per impetrare da Maria la vittoria e la pace. San Pio V ci ricorda così il valore e la forza dell’orazione: in senso verticale ed in senso orizzontale. In senso verticale perché tutti preghiamo con le menti e i cuori rivolti al cielo; ed in senso orizzontale, perché ognuno prega per l’altro. La preghiera diventa così esperienza di fraternità e condivisione. E questo avviene solo nella Chiesa di Cristo. Nelle religioni e nelle mistiche estranee alla Rivelazione cristiana, dove pure esiste l’esperienza della preghiera, occorre dire che ognuno provvede per sé! Ma la preghiera di reciproca intercessione, l’uno a beneficio dell’altro, questa è una meravigliosa assurdità che appartiene al solo insegnamento cristiano. E come preghiera di reciproca intercessione, il papa teologo, il papa liturgo, il papa professore di altissima speculazione scolastica, san Pio V cosa propose al popolo cristiano? La più semplice e immediata preghiera che si conoscesse: il Santissimo Rosario. Lui che aveva sistemato e pubblicato il Breviario Romano, propose al popolo cristiano la preghiera che sarà in seguito definita il “breviario dei poveri”, il Santissimo Rosario. Una preghiera apparentemente di una monotonia imbarazzante: la stessa orazione, l’Ave Maria, ripetuta per 50 volte! O per 150 volte nella sua forma completa; oggi addirittura 200 volte dopo l’integrazione dei 5 Misteri della Luce operata in tempi recenti da san Giovanni Paolo II. 

Ma che preghiera è? È un serto di rose – ecco il perché del nome “Rosario” – è un serto di rose offerto alla Madre del cielo. E allora 50, o 150 o 200 Ave Maria. Quante volte un figlio può dire alla propria madre “Ti amo” prima che la Madre si stanchi? Ma nel Rosario c’è ancora di più. Andiamo a recuperare quel “Ad Jesum per Mariam” da cui siamo partiti. Il Rosario è preghiera eminentemente e squisitamente cristologica. Significa che ci parla di Gesù. Ed è quindi preghiera cristocentrica; che ha cioè Cristo come sua ragione ultima. Ma come, dirà qualcuno, non era una preghiera alla Madonna? Pensiamoci: è la devozione stessa per la Madonna, non il devozionismo, ma la retta devozione, ad essere per sua stessa natura, cristocentrica. Lo abbiamo detto all’inizio: la Madonna è lo strumento che ci conduce a Cristo. Come comunità confraternale e parrocchiale, noi abbiamo una grazia singolarissima che ci permette di sperimentarlo. Nella nostra identità, possiamo dire nel nostro carisma, convivono due aspetti che non sono Siamo una comunità mariana, posta sotto il titolo e la protezione della Madonna, una comunità che zela cioè il culto per la Madonna, ed insieme zela costantemente il culto eucaristico nella Messa e fuori dalla Messa. Pensiamo al Giovedì Santo e al Venerdì Santo quando non meno di 150 di noi, 150 pellegrini scalzi e incappucciati si recano ad adorare il Santissimo Sacramento solennemente custodito negli Altari della Reposizione. E lo fanno impugnando l’arma, quella corona del Rosario che già indossiamo come parte integrante del nostro abito di rito. E pensiamo alle solenni Quarantore, un tempo di grazia prolungato ancora davanti a quel Santissimo Sacramento. E avviene qui, nella nostra chiesa, nella casa di Maria, fra le braccia della Madre. Così come su questo stesso altare fra nove giorni, il 16 luglio, sarà solennemente esposto il Sacramento per la Supplica alla Madonna del Carmine. Ancora una preghiera mariana, che rivela la sua natura profondamente cristocentrica. E pensiamo ancora a quel 16 luglio, a quella processione che attraverserà le nostre strade. Due file di Consorelle e Confratelli che paiono interminabili e a coronamento la venerata immagine della nostra Titolare. Reciteremo il Santo Rosario in quelle nostre strade, ma quel giorno il vero serto di rose offerto a Maria saremo noi. Noi insieme alla moltitudine dei fedeli che seguirà il cammino di Maria. Bene, anche quel nostro momento di devozione mariana popolare, rivela la sua natura autenticamente cristocentrica, se ricordiamo che imitare le virtù di Maria – questo è il senso dell’indossare lo scapolare del Carmelo – imitare le sue
virtù significa imitare Cristo; se ricordiamo che guardare a Maria, significa lasciarci guidare da Lei, dal suo Cuore Immacolato, fino a raggiungere Cristo, se ricordiamo che in processione quel giorno fisicamente porteremo noi l’immagine di Maria, ma in realtà chi porterà a Cristo noi, sarà lei, la nostra Madre, la nostra Titolare, la nostra condottiera, la sede della speranza che non muore, la nostra sicura difesa. Abbandonarsi nelle braccia della Madre nostra speranza e nostra difesa, anche quando tutto sembra perduto. 
semplicemente complementari l’uno all’altro; a ben vedere si tratta del medesimo carisma semplicemente osservato da punti diversi.

Ecco l’insegnamento di San Pio V per i cristiani del suo tempo, un insegnamento che scavalca i secoli e arriva integro fino a noi, noi che siamo chiamati a combattere la buona battaglia, la nostra Lepanto di tutti i giorni: la scristianizzazione, l’anticlericalismo, la blasfemia, le eccezioni sugli insegnamenti morali del Papa, i distinguo sulle prescrizioni liturgiche, il tentativo di privatizzare la fede, la delegittimazione della missione ad gentes, la cristianofobia che si esprime nella violenza fisica e morale. Ecco la nostra Lepanto di tutti i giorni.

A mezzogiorno di quel fatidico 7 ottobre, papa San Pio V, mentre si trovava in preghiera, trasalì all’improvviso, senza apparente motivo. Si riprese dopo pochi istanti e subito diede ordine che le campane delle chiese di Roma suonassero a distesa. Un ordine strano: suonare a festa mentre i figli di Roma combattevano lontano. Noi oggi siamo abituati a dire “quel Papa mi piace”, “quello mi piace di meno, quell’altro Papa mi piace di più”. Il Papa non deve piacere o non piacere. Il Papa non ha bisogno dei nostri applausi; al Papa si deve amore, devozione e obbedienza. Di questo ha bisogno il Papa. E a quell’ordine apparentemente incomprensibile di papa Pio V si obbedì senza discutere. E le campane di Roma suonarono a festa. In quel momento di silenzio il papa aveva ricevuto in visione mistica la notizia della vittoria dei cristiani, una vittoria così inaspettata, così incredibile davanti a un nemico così tanto più forte. E i messi da Lepanto giunsero a Roma con l’annuncio dell’effettiva vittoria solo diversi giorni più tardi; una vittoria che si era compiuta proprio il 7 ottobre, proprio a quell’ora in cui il Papa aveva dato ordine di suonare le campane. Tendiamo l’orecchio a mezzogiorno, nelle nostre città, nelle nostre campagne, nelle contrade più sperdute, fra le valli alpine o nelle campagne francesi, sui contrafforti pirenaici o nella meseta spagnola, sulla nostra Murgia, o sulle nostre spiagge. Tendiamo l’orecchio a mezzogiorno. Udiremo i rintocchi di una campana, ebbene quelle sono le campane che ricordano ancora oggi la vittoria di Lepanto. Campane che ricordano a tutti i cristiani di riporre la propria speranza di salvezza nel Cuore Immacolato, trafitto e glorioso della Mamma del cielo. Ecco qui il cuore Immacolato trafitto e glorioso così come abbiamo la grazia di contemplarlo in questi giorni nelle immagini venerate in questa nostra vetusta chiesa, in questo anno di speciale e giubilare grazia che il Pontefice Francesco felicemente regnante ha voluto concedere alla nostra comunità.
La mia bimba di 6 anni pochi giorni fa entrando in chiesa mi ha detto: "guarda, ci sono due Madonne". Ed io sono stato contento di risponderle. La Madonna è una. Semplicemente in questi giorni ci è data la grazia di poterla contemplare nel suo grande mistero in due immagini che ritraggono due diversi misteri di quel Santo Rosario che è la preghiera prediletta del popolo di Dio. La Vergine dei Misteri dolorosi, che piange ai piedi della Croce, la Vergine che attende fuori dal Sepolcro, l’unica luce rimasta accesa il Sabato Santo ad attendere la Resurrezione, la Vergine dell’attesa, la Vergine della speranza, che porge a noi il suo cuore trafitto di Madre, un cuore da cui non cessano di sgorgare fiumi di grazie. E la Vergine dei Misteri gloriosi, nella sua maestà e nella sua regalità; la Vergine che continua a riversare su noi fiumi di grazie: ecco il segno dell’habitus, dello scapolare, l’armatura che ci porge; la Vergine che continua a indicarci la strada: come il Venerdì Santo, nazzicando nazzicando, guarda, segue e ci indica l’immagine di Gesù, così ora porta in braccio quello stesso figlio, la Verità che ha un solo nome e un solo volto, il nome e il volto di Cristo. Ancora con un altro segno i nostri padri hanno voluto ornare questa bella immagine. Lì nella mano destra, quello scettro dorato. È il segno dell’auxilium christianorum, l’aiuto, la difesa dei cristiani che la Mamma del cielo non farà mai venire meno, come quel 7 ottobre a Lepanto, come nella nostra Lepanto di tutti i giorni.

E allora la prossima volta che reciteremo il Santo Rosario, rivolgiamo anche un pensiero grato e devoto a questo santo Papa, san Pio V, che fu apostolo del Rosario e di quella retta devozione mariana cristocentrica che animò i nostri padri quando decisero di fondare questa comunità confraternale, come luogo di carità, di fraternità, di incontro, di preghiera, di culto eucaristico alla scuola di Maria. E la prossima volta che la Provvidenza ci porterà in pellegrinaggio nella città di Roma, rechiamoci a visitare l’alma Mater di tutte le chiese mariane del mondo, anche di questa nostra chiesa, quella Basilica di Santa Maria Maggiore che custodisce la mangiatoia di Betlemme ove la Mamma pose il Salvatore appena nato, quella Basilica che custodisce una delle icone mariane più antiche e più care al popolo cristiano, la Salus Populi Romani, quella Basilica che custodisce la tomba di San Pio V. Egli attende lì l’ultimo giorno e la resurrezione della carne, lì ancora fra le braccia tenerissime e invincibili della Mamma del cielo. Recitiamo il Rosario e chiediamo per noi e per i nostri cari, quella stessa ineffabile grazia.